Storia della famiglia MARIOTTI SOLIMANI

29 gennaio 2010

mariotti 

                                     

Antica famiglia patrizia sabina decorata del titolo comitale, citata come “illustre” dal massimo storico della Sabina Sperandio (1790).

Iscritta negli Elenchi Ufficiali della Regia Consulta Araldica (conti e patrizi sabini) con R.D. 1 dic. 1927 e lo stemma è depositato nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana tenuto presso l’Archivio di Stato di Roma.

                                                                         

Storia

La famiglia Mariotti già antica in Perugia, esule da questa città nella metà del ‘500 alla caduta dei Baglioni, esercitò ininterrottamente le più elevate magistrature e fu primaria in Magliano Sabina sede della Diocesi suburbicaria del Cardinale vescovo di Sabina.

Nel 1592 Pasquino Mariotti quale “Priore” di quella città contribuì alla fondazione del Seminario Sabino, che fu fra i primi sorti dopo il Concilio di Trento.

Ottavio e Pasquino juniore nel Seicento furono capitani nelle milizie pontificie; Giuseppe nel Settecento maggiore di uno squadrone di cavalleria. Nell’anno 1691 Giovanni Pasquino Mariotti, dottore in utroque, ottenne con diploma dei “Conservatori” Lancellotti, Santacroce e Naro la cittadinanza e nobiltà romana per sé e per i suoi discendenti.

I Mariotti hanno avuto cavalieri di Malta, Costantiniani e di San Maurizio e Lazzaro; uno di loro è stato insignito dell’Ordine Piano ed un altro dell’Ordine di San Gennaro, supremo della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie. Hanno avuto una Guardia Nobile di S.S. con il grado di “Esente” (Colonnello). I Mariotti furono compresi fra le famiglie nobili originarie reintegrate nel “patriziato sabino” nel 1801. Furono decorati del titolo di Conte per concessione pontificia ed iscritti nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana tenuto dalla R. Consulta Araldica coi titoli di conte e patrizio sabino.

Hanno contratto parentele, tra le altre, con le storiche famiglie Serlupi Crescenzi, d’Ongran de Saint Sauveur, Cerretani Bandinelli Paparoni, Crispolti, Lovatelli dal Corno, Lalli di Ripalta, Montani Leoni.

La famiglia Mariotti ebbe il patronato di una “Cappellania” nella Chiesa di San Michele Arcangelo in Magliano istituita con testamento di Lucia (morta nel 1760) e fu protettrice, insieme ai M.si Serafini, dell’importante Convento della Madonna del Giglio.

Patrona della famiglia è S. Lucia e ad essa fu dedicato un altare nella Chiesa della Madonna delle Grazie.

Esponente della famiglia, di un ramo rimasto a Perugia, fu Annibale Mariotti (1738-1801) insigne letterato, medico e storico, al quale dal 1865 è dedicato un importante liceo cittadino, la più antica scuola di Perugia.

Nell’anno 1720 Angelo Antonio Mariotti sposò Anna Solimani, ultima della sua illustre famiglia ereditandone nome e sostanze.

 I Solimani

Le prime notizie sulla famiglia Solimani si hanno nell’anno 1316 quando Petrus Berardi Solimani compare in una controversia tra i cittadini di Aspra (Casperia) e il Vicario Generale di Sabina. Il “Moroni” cita Solimano de’ Solimani tesoriere della Rev. Camera Apostolica nel 1450. Alessandro de’ Solimani, iure utroque doctor, esecutore testamentario di Giovanna Generosa de’ Sandris nel 1485, sposa Violante ed ha come figlio Giovanni Battista nato nel 1496. Il 16 dicembre 1512 questi prende in moglie Marzia Orsini: il matrimonio viene celebrato a Magliano.

Marzia è figlia di Orso (Organtino) Signore di Monterotondo la cui sorella Clarice era andata sposa a Lorenzo il Magnifico. Il fratello di Marzia Solimani, Franciotto Orsini, importantissimo Cardinale di curia, fu considerato papabile durante il conclave che poi incoronò Clemente VII Giulio dei Medici. Questo cardinale era molto legato alla sorella Marzia e in molte occasioni protesse il cognato Giovanni Battista Solimani.

Scipione Solimani de’ Orsini, figlio di Giovanni Battista, nel marzo 1546 ottiene la cittadinanza e nobiltà romana e sposa Porzia figlia di Giulio Cardelli. Verrà ucciso in una congiura a Magliano.

La famiglia Solimani fu feudataria del territorio delle Rocchette. Ne erano ancora titolari e proprietari nel 1584 quando vendettero il feudo al cardinale Pierdonato Cesi. Per affermare il loro potere ebbero un non facile rapporto con la popolazione confinante di Magliano, che in una occasione inviò il capitano di ventura Altobello di Lecca conte di Corsica con molti armati che cinsero di assedio le Rocchette per risolvere una controversia..

Silvano e Mario Solimani risultano tra gli otto cittadini incaricati di redigere la “riformazione” degli Statuti della città di Magliano avvenuta nel 1575 e pubblicata nel 1594. Le armi Solimani sono intarziate nel marmo dell’altare dei Mariotti nella Cattedrale della Sabina, S. Liberatore.

Si imparentarono con gli Orsini di Monterotondo, con gli Alessi, con i Cardelli, con gli Armentieri, con i Pagani (v. Amayden) e con altre importanti famiglie romane.

Anna Solimani, sposa nel 1720 di Angelo Antonio Mariotti, fu l’ultima della sua famiglia. L’antico palazzo Solimani, poi Mariotti Solimani, attiguo al Seminario Vescovile, è di gradevole architettura ed uno dei più considerevoli di Magliano Sabina: fu ampiamente restaurato dal celebre architetto Alberto Calza Bini senatore del Regno.

(testo a cura di Alessandro Mariotti Solimani)

 

Stemma

D’azzurro al mare al naturale in punta allo scudo, alla fascia d’argento sormontata da un montante e questo da tre stelle, 1 e 2, quella di mezzo caudata, il tutto d’oro.

(stemma a colori disegnato da Marco Foppoli per Alessandro Mariotti Solimani)

 

Matrimonio Mariotti Solimani - Serlupi Crescenzi d'Ongran

Matrimonio Mariotti Solimani - Serlupi Crescenzi d'Ongran

Matrimonio del Conte Giulio Mariotti Solimani, patrizio sabino ed appartenente alla Corte Pontificia come Guardia Nobile di S.S., con Maria dei Marchesi Serlupi Crescenzi d’Ongran patrizia romana, avvenuto in Sestri Levante l’8.1.1938 nella Cappella di Villa Serlupi d’Ongran.

 

FONTI

  • SPRETI V. Enciclopedia Storico Nobiliare italiana – Milano, 1928/36;
  • COLLEGIO ARALDICO DI ROMA Libro d’Oro della Nobiltà italiana, vol. 1916-2009;
  • ANNUARIO DELLA NOBILTA’ ITALIANA ed. 2000 e 2007 (Ed. Andrea Borella);
  • SPERANDIO F.P. Sabina Sacra e Profana Antica e Moderna, Roma 1790;
  • G. MORONI Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. 60 pag. 77, 1853;
  • B. MARCHETTI Un Cardinale si confessa (ed. d’Europa 1993);
  • B. MARCHETTI Ottocento Sabino, F.lli Palombi ed. 1988;
  • G. POETA Un Feudo scomodo, ed. Incontri 1995;
  • G. POETA Guerra senza eroi (Magliano Sabina 1943-1944),ed.Incontri, 2008;
  • G. SILVESTRELLI Città, castelli e terre della Regione romana, Città di Castello;
  • ELENCO UFFICIALE NOBILIARE ITALIANO, F.lli Bocca, Torino 1922;
  • ELENCO UFFICIALE DELLA NOBILTA’ ITALIANA, Pres. Cons. dei Ministri, Roma 1933;
  • ELENCO STORICO DELLA NOBILTA’ ITALIANA – SMOM 1960, stampato dalla Tip. Poliglotta Vaticana.
(c) copyright Alessandro Mariotti Solimani

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IL PATRIZIATO SABINO

29 gennaio 2010

Nello Stato Pontificio la nobiltà civica esercitava le primarie magistrature; le più importanti famiglie, i cui componenti si erano elevati socialmente e d economicamente attraverso gli studi , ricoprivano le maggiori cariche pubbliche ed erano di esempio per il progresso del bene comune.
Ma in Sabina questo non avveniva. Le famiglie migliori si trasferivano a Roma ove era più facile avere importanti incarichi e onorificenze.
Il territorio a nord di Roma si impoveriva e le campagne erano abbandonate.
Per rimediare a questa situazione di disagio e di arretratezza, nell’anno 1795 fu effettuata una speciale supplica a Pio VI° per illustrare questo problema ed il malcontento di molte antiche famiglie sabine che, pur avendo conseguito una solida posizione economica, culturale e sociale, erano escluse dall’amministrazione della cosa pubblica perchè, sin dall’antichità, appannaggio della vecchia nobiltà.
La supplica proponeva di trattenere sul territorio le più cospicue famiglie sabine con l’istituzione di una speciale onorificenza: il “Patriziato”.
Questa richiesta venne effettuata da un intraprendente prelato ben esperto delle cose della Curia romana, Monsignor Giovanni Battista Nardi di Aspra (oggi Casperia), in forma anonima. Il bonario Pio VI° accolse con favore l’iniziativa che avrebbe indotto i migliori sabini a rimanere nei loro paesi.
Per esaminare la proposta fu istituita una Commissione di quattro membri composta dal cardinale vescovo di Sabina Giovanni Archinto, dal governatore della regione monsignor Giulio Cesare Ginnasi, da Monsignor Stanislao Sanseverino, prelato della Sacra Consulta e da Monsignor Carlo Vallemani, prelato del “Buon Governo”. Il 23 aprile 1796 la Commissione pose termine ai suoi lavori con un’ampia relazione che sarà poi utilizzata per la pubblicazione ufficiale del “Motu Proprio”di Pio VII°.
Quando tutto era stato approntato per la stesura definitiva, il ciclone napoleonico si estese a tutto lo Stato Pontificio e il Papa, esule a Valenza nel Delfinato, morì nel 1799.
Il nuovo Papa, pio VII°, Barnaba Chiaramonti, volle confermare quanto già ben cominciato dal suo predecessore e, dopo cinque mesi dal suo rientro a Roma, con il nuovo Presidente della Commissione, il cardinale Giannandrea Archetti, succeduto al cardinale Archinto, morto a Milano nel 1799, emetteva il 6 dicembre 1800 “a decoro della terra di Sabina” il Motu Proprio” di istituzione del Patriziato Sabino.
Fu deciso di conferire l’onore nobiliare di “Patrizio Sabino” a coloro che avendo una certa rendita (500 scudi annui) e una casa signorile in Sabina, si fossero distinti nell’amministrazione della cosa pubblica con avvedutezza ed abnegazione. Viene indicato che “l’intera provincia Sabina, comprese le annesse Abbazie di Farfa e di S. Salvatore Maggiore, sempre reputata, e doversi reputare per una sola Città nonostante l’esistenza di alcuni luoghi Baronali”.
Questo “patriziato” era ereditario e la formula usata fu quella della “reintegrazione” e perciò del riconoscimento di una già esistente nobiltà di almeno cento anni. Per iniziare il cardinale Archetti nominò i primi dodici “patrizi” che costituirono la prima “congregazione”. Subito dopo avvennero altre nomine con il rilascio di una particolare e attestazione a firma del segretario Monsignor Giovanni Battista Nardi. Questi costituisce anche una “Compagnia dei Garanti” per il governo dell’istituzione. I “Patrizi Sabini” avevano il privilegio di usare lo stemma della Sabina costituito da tre gruppo di anelli e le quattro lettere S.P.Q.S e godevano di alcuni privilegi di toga e di spada.
Per ottenere una fonte di finanziamento, il patriziato sabino si propose come rappresentante della regione e, in questa veste, chiese, ottenendola, una forte riduzione dell’estimo fondiario con la facoltà di percepire una percentuale sulla riduzione. Ottenne anche il privilegio di amministrare i “Beni Camerali” e una quota sulla vendita del sale. Queste entrate risultarono di buona consistenza e si pose il problema di come metterle a frutto. Si pensò che il migliore investimento fosse l’istruzione della gioventù sabina. In Roma era necessario cercare una degna sede per gli studi e la si trovò in via delle Muratte, presso il Corso, in un grande palazzo vanvitelliano che apparteneva ai monaci Cistercensi di Santa Croce in Gerusalemme. Questo immobile non venne comprato, ma si concordò un trasferimento di proprietà “de facto” attraverso un “affitto perpetuo” con gravame di 1900 scudi ogni anno; questo importo sarebbe stato facilmente reperito dallo sfruttamento dello stabile.
Per dare maggiore lustro al “Patriziato”, si pensò, poi, di ottenere un feudo principesco nella regione.
Capitò che casa Lante desiderasse vendere il feudo di Cantalupo perchè scarsamente redditizio. Fu concordato che questa proprietà passasse al Patriziato Sabino con tutte le sue prerogative e il pagamento avvenne con la cessione di una vigna suburbana in Roma chiamata “L’Antoniana” già di proprietà del cardinale spagnolo Despuig e con una quota a rimborso differito per un totale di 40.000 scudi. La compravendita fu stipulata il 2 aprile 1804 dal notaio Salvatori della Camera Apostolica e fu “dichiarata” al Papa nell’udienza generale del 25 giugno 1804 ed approvata e confermata con chirografo pontificio dell’otto luglio dello stesso anno. Negli anni successivi alcune critiche a queste attività finanziarie indussero però il cardinale Pacca a far firmare, nel 1809, al Papa lo scioglimento della “congregazione” ma il palazzo, nel frattempo, risulta intestato al segretario Giovanni. B. Nardi e neanche i francesi occupanti possono espropriarlo. Il feudo di Cantalupo, invece, passa al demanio francese che ne assegna la rendita al nuovo “Imperiale Ordine dei tre toson d’oro”.
Quando cade napoleone, si ripristinano le antiche istituzioni dello Stato Pontificio, ma il Patriziato si trova impigliato in alcune controversie.
Il principe Lante reclama il saldo sul feudo di Catalupo e questo passa, dopo alterne vicende giudiziarie, in proprietà ai signori Capelletti e Simonetti, quindi ai Rem Picci, ai De Podenas ed in ultimo al barone Camuccini, i cui discendenti ancora lo detengono.
Il Patriziato, da parte sua, nell’anno 1817 rinuncia ai diritti e pesi feudali e alla giurisdizione su Cantalupo, ritenendo il titolo nobiliare di “principe di Cantalupo”.
Il “Patriziato”, riottenuto il palazzo romano, si dedica alla istruzione dei giovani sabini che trovano alloggio nella sede di via delle Muratte.
Ogni anno segna un aumento del numero degli studenti e delle discipline. Ad insegnare sono chiamati i padri Gesuiti.
Alla caduta dello Stato Pontificio, la fondazione sabina viene dichiarata “ente morale” e viene rimossa ogni pretesa economica della congregazione del “Patriziato” e l’amministrazione dei beni è affidata ad una commissione straordinaria.
Il grande palazzo sarà poi espropriato nel 1914 e demolito. Sulle sue ceneri sorgerà l’imponente sede della Banca Commerciale Italiana.
Un ultimo definitivo elenco degli investiti del “Patriziato Sabino” sarà redatto in seguito alla risoluzione presa nella Congregazione Generale dei patrizi riunitisi il giorno 18 giugno 1874 sotto la presidenza del cardinale Luigi Billio vescovo di Sabina.
Un’ampia storia del Patriziato Sabino con un cenno biografico per ogni famiglia è stata curata da Oliviero Savini Nicci, Presidente Onorario del Consiglio di Stato. Si tratta di un’opera molto ben documentata di circa 2300 pagine depositata presso la Biblioteca Vaticana, la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma e presso la Biblioteca Paroniana del Comune di Rieti.
Si redige l’elenco definitivo delle famiglie decorate del “Patriziato Sabino”, che sono le seguenti:
Albani, Altemps, Altieri, Alvisini, Americi, Amici, Amati, Andretti Luccichenti, Angeli, Antonelli, Archetti, Arezzo, Ascenti, Bulugani, Barberini Sciarra, Bartolucci, Basilici, Battaglia, Belloni Cavalletti, Berardi, Bolognetti, Bompiani, Bonaccorsi, Borgia Pichini, Borghese, Boschi, Braschi Onesti, Brigante Colonna, Brivio, Bruschi, Buccolotti, Bulgarini, Camuccini, Cappelletti, Carpegna, Castellani Brancaleoni, Catani, Cesarini Sforza, Cherubini, Chigi, Cicalotti, Clarelli, Colangeli, Contestabile, Corradini, Corsini, Cristaldi, De Angelis, Del Bufalo (Mons.), Del Cinque, De Gregorio, Despuig, Duranti Valentini, Ercolani, Fabi,Falsacappa, Ferretti, Fidanza,Filippi, Foscolo, Franzosi, Frosini, Galleffi, Galli, Gambari, Gentili, Genuini, Ginnasi, Girolami, Guglielmi, Lacchini, Lante, Lattanzi, Leoni, Leonori, Liberati, Litta, Lolli, Luchi, Luzzago, Mancini, Manfredi, Manni, Manzoni, Marchetti, Marini, Mariotti Solimani, Massimo, Mondragone Grillo, Napolioni, Nardi, Naro Patrizi, Negroni, Nunez, Odescalchi, Olgiati, Orfini, Orsini Cavalieri, Orsolini, Palica, Pallotta, Palmieri, Pandolfi, Perfetti, Pescetelli, Piacentini Rinaldi, Picchi, Provenzani, Reali, Rem-Picci, Ricci, Riganti, Rinaldi, Rosati, Rossetti, Rusconi, Ruspoli, Sanseverino, Sassi, Scalzi Galletti, Serafini, Simonetti, Sperandio, Strozzi, Tassoni, Tiberi, Tosi, Turiozzi, Valenti, Vallemani, Vannicelli Casoni, Venarubea, Vergani, Vincenti Mareri, Vincentini.

a cura di Alessandro Mariotti Solimani

(c) Domenico Serlupi Crescenzi Ottoboni

Vedi voce  ”Patriziato Sabino” su Wikipedia.

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